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lunedì 12 settembre 2011

Silvio, il vecchiaccio che dopo la sinistra ha spianato anche la destra

Quello che un po' mi consola è che Silvio Berlusconi, dopo aver spianato in Italia tutto quello che anche vagamente sa di sinistra (grazie alla preziosa mano che gli è stata gentilmente tesa dai leader di quella banda di accattoni che hanno dissipato l'eredità del Pci), è ormai riuscito a fare a pezzi anche tutto quel minimo di credibilità (e nobiltà di idee) che poteva avere la destra. Bastava vederlo venerdì scorso alle Festa dei giovani del Pdl, organizzata dall'ex missina Giorgia Meloni, con i nipotini dell'ex Fronte della Gioventù, ridotti a pessima claque del Cavaliere, presentatosi in camicia nera di ordinanza. Archiviati i busti del duce, i nostalgici saluti romani, con Max Pezzali a fare da intrattenitore al posto delle solite band di cosidetto rock identitario, i ragazzi della ex destra italiana ora sembrano usciti da una convention Mediaset, con tanto di magliettine tutte uguali e pronti a riempire a comando gli spazi vuoti per motivi coreografici. Il Cavaliere racconta loro un sacco di evidenti bugie (mente perfino sull'età facendo credere di avere 72 anni e ne ha quasi 75), li fa ridere con qualche allusione sul sesso, poi li mazzola per bene sostenendo che per lui è l'economia ad avere il primato sulla politica e li tratta, giustamente, da servi, ricordando che fu lui nel '94 a sdoganare i fascisti.
E la destra sociale? E' finita dentro il cassonetto dei rifiuti differenziati.
D'altronde, basta guardare agli altri "resti" di quello che fu tutto sommato un partito storico, come il ministro Ignazio La Russa, che preferisce parlare di Inter e Juventus (chi lo conosce sa che a ogni conferenza stampa quasi se le aspetta le domande sulla sua squadra del cuore), o Gianfranco Fini, rintronato come non mai, nuovamente pizzicato a fare immersioni proibite, o la triste decadenza di Roma nelle mani di un altro ex gerarca, Gianni Alemanno, lasciato pure senza il becco di un quattrino da quei simpaticoni della Lega.
Non ne esce neanche bene la destra moderata, con uno dei leader europei, Josè Manuel Barroso, costretto a ricevere Silvio a Strasburgo per evitargli un imbarazzante confronto con i magistrati sul caso Tarantini.
Dove passa il re del bunga-bunga non cresce più niente. E tutto sommato meglio così.

martedì 17 maggio 2011

La droga fa male. Guida allo stupidario post-elettorale.

Certo che citarle tutte non è possibile, perché dovrei stare al computer fino a domani mattina. Ma il post elezioni ci regala centinaia e centinaia di dichiarazioni da delirio, di gente che sembra ormai del tutto in preda a una crisi di nervi. "Ratti drogati", li definirebbe quel sant'uomo di Muammar Gheddafi, una garanzia di democrazia e libertà, almeno stando alla definizione degli autorevoli esponenti del nostro governo. 
E proprio la droga sembra farla da padrona, a cominciare dal nostro canotto preferito, Daniela Santanché, secondo la quale la vittoria di Pisapia "sarebbe come portare il Leonkavallo a Palazzo Marino, sarebbe una cosa bestiale. Sarebbe come portare la droga senza se e senza ma: lui è sempre stato uno che ha detto che gli spinelli non fanno male". 
Il risultato elettorale di Milano è dovuto ''a una campagna elettorale drogata, così come è drogata la vita politica di ogni giorno", l'ha sparata grossa Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, mentre il coordinatore Denis Verdini, insieme all'amico 'Gnazio La Russa, hanno vinto il premio mutande in faccia per aver sostenuto che quello di Milano è stato "sostanzialmente un pareggio". 
"Il Paese evidentemente vuole qualcosa di nuovo: mi pare un messaggio chiarissimo", ha commentato uno dei maitre-a-penser del Pd, Massimo D'Alema, facendo finta di non vedere che lui fa parte del vecchio che il paese non vuole più (i suoi candidati perdono già dalle primarie).  "Latina dimostra che il Lazio è il nuovo laboratorio", esulta un patetico Gianni Alemanno, sventolando una vittoria che nell'orrido paese costruito da Mussolini si è rivelata perfino meno scontata del previsto. Ma la palma d'oro va a lui, Francesco Rutelli, che di fronte alla catastrofe dei centristi un po' dappertutto ha avuto il coraggio di consolarsi con il fatto che l'Api "è il terzo partito a Benevento". Minchia.

venerdì 1 aprile 2011

Wojtyla beato, quanto ci costi

Gianni Alemanno ha preso un'altra sòla e se ne è accorto in ritardo. Da sabato 30 aprile Roma verrà presa in ostaggio per tre giorni dai fedeli di Wojtyla in occasione della beatificazione a tempo di record del papa polacco. Secondo l'Opera Romana Pellegrinaggi, i partecipanti saranno circa 300 mila per la veglia della notte del 30 aprile, altrettanti il primo maggio e il giorno successivo per la messa di ringraziamento e l'omaggio alla salma di Giovanni Paolo II, il tutto per una spesa preventivata di circa 1,2 milioni di euro "interamente coperti da sponsor e senza aggravio per le istituzioni". 
Il solito scherzo da prete. Come scrive Repubblica, il Campidoglio si aspetta molta più gente e ha presentato alle autorità vaticane una nota spese di circa 7,5 milioni di euro, comprensivi degli straordinari per raccolta dei rifiuti, straordinari dei Vigili urbani, Protezione Civile, e del personale dei trasporti pubblici. All'appello mancano 6 milioni di euro che potrebbero essere coperti dal governo, visto che il Vicariato non ha alcuna intenzione di mettere mano al portafoglio.  Vada come vada, paghiamo noi. Ovviamente.

martedì 11 gennaio 2011

Alemanno e la tristissima fine della destra sociale.

La "destra sociale" è un ossimoro. Cosa c'ha di sociale un partito che dalla sua istituzione a oggi alla fine ha difeso solo battaglie di retroguardia a ricasco dei cattolici più oltranzisti? Dal proibizionismo sulla droga (naturamente le canne, che sono roba da compagni, perché la coca piace anche a loro), al razzismo strisciante contro gli immigrati, dalle posizioni su divorzio e aborto degli anni settanta e ottanta a quelle sulla fecondazione assistita o sul biotestamento. Eppure, qualcuno dalle parti loro ci ha anche creduto, non voglio mettere in dubbio la buona fede.
La vittoria di Gianni Alemanno, ex testa calda del Fronte della Gioventù, alle elezioni per il sindaco di Roma fu un regalo inaspettato della coppia Veltroni-Rutelli, che invece di candidare Nicola Zingaretti, come chiedeva la base, riproposero il Cicciobello neo-cattolico e andarono incontro alla più amara (ed evitabile) delle sconfitte. In Campidoglio s'era visto qualche saluto romano e qualche slogan di troppo, ma i sostenitori del genero di Pino Rauti (fondatore di Ordine Nuovo, non esattamente un circolo ricreativo) puntavano sulla sua appartenenza a questa fantomatica "destra sociale", che avrebbe cambiato finalmente le cose in una Roma venduta mani e piedi ai palazzinari dal sindaco alla Nutella. 
Infatti, abbiamo visto come è andata. Dopo due anni di dolce far niente, travolto dagli scandali dell'Ama e dell'Atac, dove sono stati piazzati fidanzate, amanti, ex camerati di Terza Posizione e Nar e qualche cubista, travolto dalle polemiche sulla grande idea del Gran Premio di Formula 1 (fate il nome di Alemanno a un abitante dell'Eur, metterà mano alla pistola), bastonato da un sondaggio che lo darebbe sconfitto per 58 a 42 proprio contro Zingaretti (non arriverebbe neanche al ballottaggio), il sindaco barese trapiantato nella capitale ha azzerato la giunta e ritirato tutte le deleghe per consegnarsi mani e piedi al Popolo delle Libertà. La nuova giunta, si sa, verrà decisa da Fabrizio Cicchitto e Maurizio Gasparri, due fedelissimi del Cavaliere, che useranno il manuale Cencelli per riscrivere la maggioranza in Campidoglio in base ai nuovi equilibri della nuova (e zoppicante) maggioranza nazionale.
Il primo acquisto? Un fuoriclasse come Guido Bertolaso, annunciato come futuro vice di Alemanno. Si preannunciano tempi cupi, a meno che non siate clienti del Salaria Center e delle sue massaggiatrici in perizoma leopardato.