Tre anni fa, dopo la pubblicazione del mio primo (e finora unico) romanzo, avevo aperto questo blog intitolato come il libro, che nei progetti avrebbe dovuto essere uno spazio dedicato alla
promozione del romanzo e alle tematiche collegate, ma che poi nella
pratica è diventato una palestra di scambi di idee politiche. Nessun
successo "editoriale", nessuna rivelazione del web, nessun premio vinto,
ma una platea sufficientemente estesa di lettori da convincermi a
continuare.
Solo che conservare il titolo del romanzo non aveva molto più senso e
fra l'altro, grazie alla non particolare intelligenza di molti pasdaran
della rete, ingenerava anche qualche equivoco.
Per cui eccovi il mio nuovo blog, come al solito senza alcuna pretesa
dottrinale e aperto a tutti i commenti. Ho voluto dedicarlo a un
pensatore che ho sempre amato, il francese Pierre-Joseph Proudhon,
il primo a fornire una versione positiva del termine anarchia,
definendolo "una forma di governo o di costituzione nella quale la
coscienza pubblica e privata, formata dallo sviluppo della scienza e del
diritto, basta da sola a mantenere l'ordine ed a garantire tutte le
libertà".
"Non dite a mia madre che faccio il giornalista, lei mi crede pianista in un bordello".
lunedì 6 maggio 2013
martedì 30 aprile 2013
Vent'anni fa le monetine a Craxi, oggi Silvio saldamente al comando: la storia si ripete in farsa
Vent'anni fa ero davanti all'hotel Raphael, reduce da un comizio di Achille Occhetto a piazza Navona che avevo seguito per lavoro. Era un momento incredibile della storia italiana, con i "ladri" che tutti avevano sempre denunciato, ma a cui nessuno aveva mai messo le manette, finalmente alla gogna. Il Pds aveva da poco scelto di far parte di una sorta di governo di unità nazionale, presieduto dal governatore della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, che avrebbe dovuto fronteggiare le emergenze economiche causate da decenni di spavalde ruberie ai danni delle casse dello Stato. Ma quando il 29 aprile il Parlamento respinse la richiesta di autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi, il Pds e i Verdi ritirarono i propri ministri (Vincenzo Visco alle Finanze, Luigi Berlinguer all'Università e Francesco Rutelli all'Ambiente) nel giro di poche ore.
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lunedì 29 aprile 2013
"Il gommone che prima o poi Silvio bucherà" (Letta spera fra almeno 18 mesi)
"Berlusconi ci ha imbarcati su questo gommone e poi al momento opportuno lo bucherà". Chissà se è vera questa confidenza fatta dal neo ministro per le Riforme Istituzionali, Gaetano Quagliariello, e riportata oggi su Repubblica in un lungo editoriale di Francesco Merlo, lo stesso secondo il quale anche il pupillo di Silvio, Angelino Alfano, avrebbe dichiarato: "Tanto dura poco". Non v'è traccia di queste significative rivelazioni sugli altri organi di stampa e anche il giornale di Ezio Mauro non è che le abbia cavalcate più di tanto, quasi nascondendole agli occhi dei suoi stessi lettori.
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mercoledì 24 aprile 2013
L'incarico a Letta, ennesimo cetriolo di Napolitano per il Pd
In questa situazione che anche a Kafka sembrerebbe leggermente eccessiva, ci tocca ringraziare quei grandi statisti della Lega se non ci siamo ritrovati con Giuliano Amato, il vice-ladrone del Psi (come per stessa confessione dei figli del ladrone leader), presidente del Consiglio per la terza volta, dopo che le prime due sono state da brivido.
A questo ci siamo ridotti. Perché ci si ricordi dell'epoca dei grandi ladrocini di massa, prima che arrivasse quella dell'uomo solo al comando della banda, ci vogliono ancora le camicie verdi, che tutto sommato da quella stagione di Tangentopoli ebbero il primo grande traino per la ribalta della politica nazionale.
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martedì 23 aprile 2013
Lo psicodramma del Pd e la normalità (vincente) di Debora
Mentre nell'assemblea nazionale va in onda il definitivo psicodramma del Pd, che archivia le dimissioni del segretario Pier Luigi Bersani e giura eterna fedeltà al presidente Napolitano e alla sua insopprimibile voglia di accordo con Silvio il Banana, il fumo delle dichiarazioni di democristiani alla frutta, giovani turchi, renziani ora a braccetto con dalemiani e vendoliani (Massimo e Walter hanno fregato anche loro) ed ex comunisti oscura una delle poche vittorie. Quella di Debora Serracchiani, non certo una campionessa da alti ingaggi, che solo per essersi costruita una reputazione di voce critica nei confronti dei vertici del partito e per aver detto chiaramente no all'inciucio e sì alla candidatura di Stefano Rodotà al Quirinale, ha vinto le elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia, ex feudo leghista, ridicolizzando perfino il candidato grillino dato per favorito.
Ma guarda un po'. La sinistra, normale, che vince.
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lunedì 22 aprile 2013
Sì Presidente, abbiamo peccato: l'idea di un accordo con Berlusconi ci fa sempre orrore
''Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione, di un diffondersi dell'idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche".
E' questo il passaggio del discorso di Giorgio Napolitano, pronunciato dopo il giuramento per il nuovo mandato al Quirinale, che segna lo spartiacque fra chi ha una vera coscienza politica e coloro che nel nome delle "complesse problematiche" sono pronti a digerire tutto.
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Que viva Rodotà (e la sinistra)
E' stato un fine settimana difficile. Dopo la più dissennata mossa compiuta da un uomo politico che io ricordi personalmente, quella di presentare un candidato come Franco Marini per farselo votare da Silvio Berlusconi, il Pd ha fatto in tempo a far cadere una bella palata di fango anche sull'incolpevole Romano Prodi, che a molta gente sta sul culo solo perché per due volte ha battuto il Banana e la sua corte di emittenti televisive e giornali carta straccia. E mentre tutto intorno non c'erano che macerie, sono stati capaci di rinnovare la fiducia al loro peggior carnefice, il presidente che aveva firmato ogni porcheria approvata dal partito del Caimano in modo che si salvasse dalla galera, che aveva fatto rinviare di un mese il voto di fiducia dopo l'uscita di Gianfranco Fini dalla coalizione di centrodestra (consentendo a papi Silvio di comprarsi i parlamentari che gli mancavano), che aveva salvato Berlusconi da una sconfitta elettorale sicura imponendo al Pd di appoggiare un governo tecnico di falliti, per i disastri del quale i conti li ha pagati solo la sinistra.
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venerdì 19 aprile 2013
Bersani, la follia della marionetta che ha perso i fili
Stupisce che a darne la dimostrazione più lampante sia stato proprio Pier Luigi Bersani, considerato dai più un sanguigno politico della vecchia scuola. Ma lo scollamento fra l'intera classe dirigente e il paese reale ha ormai assunto dimensioni drammatiche. Come si potrebbe spiegare la follia che ha spinto il Pd a non votare per Stefano Rodotà per dare vita finalmente al tanto agognato governo di minoranza sostenuto dal M5S? E' colpa sua o dell'apparato? Perché qualcuno non lo ha fermato prima che facesse il nome di Franco Marini, un vecchio arnese dal passato tutt'altro che limpido, fra principesche abitazioni e soldi chiesti in favore del fallimentare house-organ di Comunione e Liberazione, un tempo fiero avversario della Cgil e dei comunisti? Perché hanno aspettato la reazione indignata dei loro elettori per impedire questo suicidio?
E' come se la "marionetta" spinta sul palcoscenico della politica nazionale dal suo burattinaio Massimo D'Alema avesse improvvisamente perso i fili tirati dal lider Maximo e si fosse accasciata ripiegandosi su se stessa.
Probabilmente Bersani non è più uscito mentalmente dal mondo provinciale dal quale proviene, dove il Pci era come la mamma, si amava e non si discuteva, qualunque cazzata venisse decisa dal comitato centrale, e la classe operaia era qualcosa che poteva benissimo essere sacrificata nel nome delle larghe intese (come si chiamavano un tempo gli inciuci).
Solo che oggi l'apparato è composto da una serie di idioti, utili all'avversario, sparsi fra la direzione nazionale, il giornale del partito, l'ufficio stampa, i responsabili dell'immagine, che dopo una lunghissima serie di errori dovuti alla loro incredibile supponenza (in questi giorni hanno inseguito anche i post privati di alcuni miei colleghi per cercare di smentire la voglia di accordo con Silvio Banana che invece era chiara a tutti), sono stati infine subissati da una valanga di insulti su Facebook, su Twitter, nella mail, per strada, dove hanno dovuto chiamare i carabinieri per uscire dalla porta posteriore del cinema Capranica.
La marionetta, senza più i fili, muore con gesto goffo e inelegante. Fine della corsa.
La marionetta, senza più i fili, muore con gesto goffo e inelegante. Fine della corsa.
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mercoledì 17 aprile 2013
Roma, l'assessore coi sandali fa i comizi in chiesa
"Don Fabio Rosini, biblista, Direttore del Servizio per
le Vocazioni in Vicariato, è molto conosciuto per aver iniziato il
progetto di Catechesi su I Dieci Comandamenti, diffusosi a macchia d’olio in tutta Italia", recita la sua agiografia. Chissà se si è ricordato di quel comandamento che dice di "non rubare", perché - secondo quanto scrive oggi Repubblica nella sua edizione cartacea - il nostro ha organizzato un bel comizietto del mitico assessore coi sandali, Gianluigi De Palo, utlima ruota del carro entrata a far parte della Giunta comunale di Gianni Alemanno grazie al bel rimpasto imposto da papi Silvio dopo l'abbandono di Gianfranco Fini.
Con tutto quello che è uscito fuori in questi mesi sull'operato di quella che è stata paragonata alla banda della Magliana, immagino che sarebbe servita maggiore prudenza da parte della Chiesa cattolica nel sostenere ancora una volta i candidati del centrodestra. Invece, siccome dallo Stato pretendono i soldi, ma poi i preti fanno come se le chiese fossero casa loro, don Rosini ha presieduto un incontro elettorale con De Palo in quella di San Francesco alle Stimmate, dietro a Largo Argentina, dove ricopre l'incarico di rettore.
De Palo è capolista della lista civica che fa proprio capo al sindaco Alemanno e i suoi simpatizzanti dell'associazione Ol3 sono stati convocati in chiesa con inviti mandati per e-mail per l'incontro, "manco fosse la recita del rosario", e hanno affollato la basilica al posto dei fedeli in preghiera.
Assessore alla famiglia (!), finora non ha combinato un tubo di fronte agli inevitabili tagli che hanno finito per colpire scuole e asili nido della città (ma non quelli cattolici, sia chiaro, del quale lui è ovviamente uno strenuo difensore). L'ultima sciocchezza è stata il lancio della certificazione di qualità per nidi e scuole materne (magari per dare un'altra spintarella a quelle Vatican approved) e mentre a Roma ci sono migliaia di bambini in lista d'attesa come in nessun'altra capitale europea, i suoi sodali in Comune assistevano passivamente a scandali come quelli dei subappalti per la metro C infiltrati dalle mafie, i mille consulenti del Comune, i debiti milionari delle municipalizzate, lo scandalo delle
tangenti sui filobus e pure qualche omicidio.
Santi subito.
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martedì 16 aprile 2013
Candidati al Quirinale, ora i "democratici" non hanno più alibi
Una cosa è certa: con la lista dei candidati scelti dal Movimento 5 Stelle cade anche l'ultima foglia di fico del sedicente Partito Democratico, inguardabile carrozzone di litigiosi personaggi di terza categoria protesi nel disperato tentativo di conservare una poltrona, un incarico, una presidenza della bocciofila, uno strapuntino.
Malgrado le ironie dei fini commentatori politici (che se li fanno commentare sulle grandi testate vuol dire che sono strapagati per sostenere gli interessi dei loro editori), i "grillini" hanno presentato molte facce che un partito di sinistra potrebbe votare.
La prima della lista, Milena Gabanelli, è una pericolosa sovversiva. Fa un programma sulla Rai fra i più seguiti e viene pagata meno del più banale guitto da avanspettacolo, che tale resta anche con la tessera da giornalista in tasca, è davvero indipendente (orrore, orrore) e soprattutto il suo Report ha menato fendenti a destra e sinistra (ultima puntata sulla banda di malfattori che il sindaco della "destra sociale" ha portato con sè nel saccheggio del Campidoglio). Per quello il Pdl non la voterà, ma neanche il Pd, del quale ha rivelato ad esempio la compartecipazione al sistema di potere toscano fondato sul controllo del Monte dei Paschi di Siena, o la boria di personaggi ormai bolliti, come Rosi Bindi, o dei giri di valzer del mitico ex capo della segreteria di Bersani, Filippo Penati, costretto dai magistrati (non certo dal partito) ad abbandonare la politica e salvato dalla incredibile legge anticorruzione del governo dell'omino con il loden.
Così come il Pd non voterà mai per Gino Strada, perché gli ex comunisti in fin dei conti sono dei gran guerrafondai, avendo appoggiato tutte le missioni di guerra alle quali il nostro paese ha partecipato inseguendo le follie del texano amico di Berlusconi, per non parlare di ciò che fece il governo D'Alema in Kosovo. Non voteranno per Gustavo Zagrebelsky, perché il cattivaccio ha osato criticare la folla guerra scatenata da Giorgio Napolitano contro la Procura di Palermo. Non voteranno per Giancarlo Caselli, perché è "nemico" del loro magistrato di punta, quel Piero Grasso che avrebbe dato un premio al Banana per la sua lotta alla mafia (tipo un riconoscimento all'efficacia delle cure omeopatiche). Non voteranno nè per Stefano Rodotà, nè per Ferdinando Imposimato, perché non sono controllabili, nè per Dario Fo, che probabilmente neanche accetterebbe.
Potrebbero votare per Emma Bonino, la radicale che la metti su tutto, governi coi fascisti, liberismo alla matriciana, missioni di pace con grandi sprechi di vite umane fra i civili, incarichi europei su mandato del re del Bunga-Bunga, attacchi ai magistrati di Mani Pulite in difesa di Craxi, e poi di nuovo governi con la sinistra, nel tipico caprioleggiare italiota. E potrebbero votare per Romano Prodi, tutto sommato quello dalle mani meno sporche di tutta la compagnia di giro e sul quale potrebbero confluire dalla quarta votazione in poi i sostenitori del M5S. Ma anche lui sarebbe una netta presa di distanza dal leader del Popolo della libertà provvisoria, che lo odia perché lo ha battuto due volte.
Poi c'è l'ipotesi numero due: votare un presidente insieme a Berlusconi. E allora ecco in pole position Giuliano Amato, ex vice segretario del Psi dei tempi d'oro (quello che si mettevano in tasca), ex ministro del Tesoro che firmava le finanziarie degli assalti alla diligenza ed ex presidente del Consiglio costretto a varare manovre lacrime e sangue per rimediare alle follie del passato, pensionato di platino dello Stato che si mette in tasca oltre 30 mila euro al mese. Seguono a ruota altre facce improponibili, come quella di Anna Finocchiaro, pluritrombata candidata del partito in Sicilia e sempre ripescata con Porcellum o quota proporzionale del Mattarellum, moglie di un imputato per truffa alla Regione, esempio vivente della casta per la sua spesa all'Ikea in compagnia della scorta. E anche quella di Franco Marini, ottuagenario ex sindacalista, che come tutti i segretari della Cisl degli ultimi 30 anni ha ingoiato qualunque accordo sindacale a danno dei lavoratori per aprirsi una strada che lo facesse entrare in politica dalla porta principale.
Ho come il sospetto che, piaccia o no a Bersani, dal cappello uscirà un nome da inciucio, magari proprio quello della Bonino, che prendendoci per il culo con il garantismo radicale, firmerà una bella amnistia per tirare una bella riga sui nuovi processi a Papi Silvio.
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mercoledì 10 aprile 2013
Per il bene del paese: qualcuno sciolga il Pd
I poveri elettori di sinistra stanno ancora pagando una delle peggiori idee politiche dell'Italia repubblicana, la follia delirante di un ex leader vincente, Walter Veltroni, che come molti dei suoi attuali ed ex compagni, più che la "vocazione maggioritaria", ha un'attitudine autolesionista che farebbe invidia a Leopold von Sacher-Masoch.
Il celebre "nutella", nonostante i rovesci subiti a causa dei simpatizzanti di quello che un tempo fu anche un partito, che quando sentono il suo nome mettono giustamente mano alla pistola, ancora nei giorni scorsi veniva intervistato con grande spreco di pagine e di inchiostro sul Corriere della Sera per sostenere apertamente che il Pd deve scegliere "di ritrovare la sua vocazione originaria" (il suicidio, si immagina). Per l'ex sindaco di Roma, che ha contribuito alla più ignobile colata di cemento mai versata sulla Capitale con la creazione di quartieri dormitorio stile formicai completamente scollegati con il resto della città e la progressiva espulsione dei cittadini dal centro, il Pd non deve avere l'angoscia di "dire qualcosa di sinistra".
Il pensiero di questo illustre filosofo "va naturalmente allo spirito del Lingotto, idea che fu premiata da 12 milioni di elettori". Peccato che nonostante i 12 milioni di elettori (che sembrano un po' i dieci milioni di baionette di mussoliniana memoria) si sia persa la guerra consegnando a Silvio Berlusconi (molto meno stupido di lui) una maggioranza senza precedenti. Perché la verità che nessuno può confutare è che in Italia è impossibile governare senza mettere in piedi una coalizione (la Dc ne sapeva qualcosa) e il Banana, che non avrà studiato alle Frattocchie ma politicamente ha intuito da vendere, ha messo insieme un caravanserraglio da paura, dai fascisti ai razzisti secessionisti della Lega, dai residuati bellici dei partiti sciolti dalla magistratura (Dc e Psi) fino ai pensionati.
Oggi basta guardare a come si muovono le diverse anime di questo "mostro" creato in laboratorio e viene voglia di invocare l'eutanasia.
A non volere l'accordo con Berlusconi è rimasto il solo Bersani, che daNapolitano a Renzi, passando per il Letta meno intelligente e tutta quella congrega di chierichetti che solo a vederli viene la nausea, i nemici li ha avuti più all'interno che all'esterno. Ora premono tutti per l'inciucio con il Caimano, magari facendo eleggere al Quirinale quella Emma Bonino che ha trasformato i radicali italiani in un partito della destra liberista ed è stata alleata di Forza Italia per più di dieci anni.
Per il bene del paese, qualcuno stacchi la spina a questa schifezza e si dia da fare per costruire un partito socialdemocratico vero, magari cercando di includere (invece che di escludere) tutto quello che per amor di legalità e di giustizia sociale si trova ancora alla loro sinistra.
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martedì 2 aprile 2013
I dieci piccoli saggi, ovvero come Grillo ha restituito la palla nelle mani dei vecchi mandarini
Diciamoci la verità: la soluzione non ce l'ha nessuno. Nessuno dei quattro schieramenti che si sono presentati alle elezioni è in grado di partorire una proposta decente, un nome decente, un'idea condivisibile. E lasciare la palla nelle mani del Presidente è l'ultimo capolavoro di questo periodo storico senza ritorno.
Non è in grado di governare il Pd, che insiste sul nome di Bersani, solo perché in caso contrario prevarrebbe la corrente del partito che pur di rimanere in sella sarebbe disposta ad allearsi con Berlusconi. Non è in grado di governare il Pdl, che malgrado tutto è in caduta libera di consensi e con buona pace di quelle facce smunte che cercano adesso di mettere in pista per far sì che qualcuno dimentichi che razza di caravanserraglio aveva portato in Parlamento il Caimano. Tutti sanno benissimo che il giorno in cui si ritirerà a vita privata (o ce lo farà ritirare la magistratura) il centrodestra perderà almeno un terzo dei voti residui. E mentre Mario Monti viene seppellito da un mare di pernacchie e lasciato a fare il notaio di una maggioranza che non esiste e che per formarsi lo sottoporrà a ogni più bieco ricatto, neanche Beppe Grillo e il suo Movimento sono stati in grado di partorire un nome, semplicemente perché non ce l'hanno, non sanno che dire, non sanno cosa proporre, non sanno cosa fare.
mercoledì 27 marzo 2013
Presidente, parlamentari, poliziotti: quello strano senso della Giustizia (da non rispettare)
Oggi, fra il capolavoro del governo del poco intelligente (ora si può dire?) Mario Monti e dell'aristocratico che piace agli ex missini, Giulio Terzi di Sant'Agata, che si rimpallano le responsabilità della pessima gestione del caso dei Marò e il povero Bersani costretto a cercare di far ragionare quelle due specie di salme che fanno i portavoce del Movimento 5 Stelle (ma un comico come Grillo non li poteva scegliere un po' più brillanti?), sul nostro paese si è abbattuta un'altra mazzata niente male.
Presentando un rapporto sulla giustizia, che vede l'Italia fra gli ultimi in Europa per la lungaggine dei processi, il Commissario europeo Viviane Reding, ha risposto in conferenza stampa ai giornalisti che le chiedevano un giudizio sull'inefficienza del sistema italiano con un candido: "Se vogliamo un sistema giudiziario indipendente bisogna lasciarlo lavorare'".
La Reding è una esponente politica dei conservatori del Lussemburgo, che chiaramente vivono su un altro pianeta. Qui da noi, il fastidio che si prova di fronte alle decisioni della magistratura è qualcosa di trasversale e universale, al punto da diventare eversivo senza che nessuno se ne accorga.
E il magistrato indipendente, spesso, muore.
Tanto per dire, abbiamo un Presidente della Repubblica che contro le indagini di alcuni procuratori (che non lo stavano intercettando, lo hanno sentito parlare con un indagato, mica è colpa loro se lui frequenta certa gente) ha scatenato un assurdo conflitto davanti alla Corte Costituzionale costringendo la massima autorità giudiziaria italiana a mettere da parte ogni buon senso pur di dargli ragione. Come se fosse un monarca assoluto.
Abbiamo i parlamentari del Pdl che si schierano davanti alla procura di Milano (e fanno anche irruzione a sorpresa) solo perché finalmente i nodi del loro padrone stanno venendo finalmente al pettine e loro non sono più in grado si salvargli il deretano con qualche altra legge ad personam.
Abbiamo finanche le forze dell'ordine, con un sindacato che conta su pochissimi iscritti ma sull'appoggio di qualche politico di estrema destra, che scendono in piazza a Ferrara, insultano il sindaco e se la prendono con i magistrati che hanno messo definitivamente dentro quattro vigliacchi in divisa che hanno massacrato senza motivo un ragazzo.
Come si fa a spiegarlo alla Reding?
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lunedì 25 marzo 2013
Tutti gli uomini dell'inciucio del Presidente
Pierluigi Bersani non ce la farà. Non solo perché la disponibilità ad appoggiare un suo governo da parte di Beppe Grillo e dei suoi sembra assai ridotta, ma anche - con tutta evidenza - per il fatto che a voler formare un governo di rinnovamento che abbia all'ordine del giorno del programma cose esotiche tipo il conflitto di interessi, la riforma della legge elettorale, la lotta alla corruzione e magari (perché no) finalmente l'ineleggibilità di quello scandalo vivente che si chiama Silvio Berlusconi, è rimasto solo lui.
Il Partito Democratico è ormai giunto alla frutta e il suo progressivo spostamento al centro è stato certificato da questa tornata elettorale sfortunata. Mentre il povero segretario continua a pensare alla "domanda di cambiamento" emersa dal risultato delle urne, tutto il resto dell'Armata Brancaleone tira la fune da un'altra parte.
Il primo è il presidente Giorgio Napolitano, che per ben tre volte ha giocato contro il suo partito, quando nel 2010 fece ritardare il voto sulla mozione di sfiducia contro il Nano avanzata da Fini (dandogli il tempo di comprare sotto i suoi occhi di garante un po' begalino una pattuglia di straccioni che gli salvarono le chiappe), quando nel 2011 convinse i compagni a suicidarsi votando insieme al Pdl il governo Monti, uno dei più impopolari (e inefficaci) della storia repubblicana e oggi con un incarico a Bersani fortemente condizionato, in modo da impedire al segretario l'unica mossa possibile: quella di formare un esecutivo con nomi talmente slegati dalla vecchia politica da mettere Grillo con le spalle al muro di fronte alla responsabilità di non appoggiare una pattuglia di persone che avrebbero invece incontrato tutti i favori della società civile. Napolitano lo ha detto chiaramente, lui tifa per il governo di unità nazionale, che non si può fare per quelle che lui chiama "antiche inimicizie", sorvolando sul fatto che il leader dello schieramento avversario (come direbbe quel gran genio di Veltroni) sia inseguito dalla Procure di tutta Italia (del resto, bei tempi quelli in cui i miglioristi di Giorgio facevano affari e giunta insieme ai cognati di Craxi nella Milano da bere) e che i suoi dipendenti tengano manifestazioni eversive contro la magistratura.
Ma i nemici di Bersani si annidano anche tra i funzionari di partito.
Il secondo è il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che continua ad agire da cerchiobottista, grazie anche al delirio collettivo che ha preso molti elettori del Pd convinti che con il democristiano dalla faccia brufolosa si sarebbero vinte le elezioni. A me sembra chiaro che con lui la sinistra avrebbe perso un altro bel po' di voti, però magari ora sarebbero al governo con Silvio, visto che Renzi ama andare in pellegrinaggio ad Arcore e ieri finalmente si è lasciato sfuggire quello che pensa da sempre: non si può fare un governo senza dialogare con Berlusconi.
E poi c'è tutto il caravanserraglio degli ex margheriti, gli Enrico Letta e le Rosy Bindi (una che l'opposizione a B. ha cominciato a farla solo dopo che il gentiluomo le ha dato apertamente della cessa, mentre il primo diceva che era meglio votare per il Caimano che per il Movimento 5 Stelle), i resti del rutellismo come Fioroni e Gentiloni, i resti del veltronismo, come il barbuto Franceschini (il perenne trombato), il tristissimo Fassino o il verde da salotto Realacci.
Tutta questa gente sa benissimo che, se un governo si dovesse fare, per loro sarebbe finita. Per sempre.
Ma tutto a un tratto arriva l'unto del Signore, che per evitare la galera o la latitanza in qualche paese lontano (la fine che fece il suo mentore di un tempo), propone la sua ricetta finale: Bersani a Palazzo Chigi con Alfano vice e un moderato al Quirinale.
Nessuno ride. Segno che molti ci stanno pensando e Renzi, diciamoci la verità, ci starebbe di sicuro.
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lunedì 18 marzo 2013
Bergoglio, la dittatura argentina e le smentite "paracule" dei papisti
Sgombriamo subito il campo da un paio di cose. La frase sulle donne pronunciata da papa Francesco per criticare la presidentessa argentina gira su internet da molti anni, ma non ha alcun riscontro ufficiale ed è probabilmente frutto di un falso, anche se rispecchia in modo abbastanza fedele quel che pensano delle donne la stragande maggioranza dei preti cattolici. La persona che sta nella foto allegata al mio post sul papa, ritratta mentre dà la comunione a Videla, con tutta probabilità non è il nuovo papa, che all'epoca non risiedeva a Buenos Aires.
Detto questo, le accuse nei suoi confronti per il comportamento tenuto di fronte agli orrori della dittatura argentina trovano sempre più conferma.
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giovedì 14 marzo 2013
Dini e Pisanu, ovvero quei brevi momenti in cui ti dispiace di non aver votato per Grillo
"Se i grillini arrivano in commissioni come l'Antimafia o il Copasir (il comitato di controllo sui servizi segreti) è un problema. E tu lo sai", viene sentito sussurrare in un Senato semideserto da Lamberto Dini, 82 anni, ex direttore generale della Banca d'Italia, ex Ministro del Tesoro, ex presidente del Consiglio votato pure dalla sinistra, ex Ministro degli Esteri dei governi di sinistra, ex membro della direzione nazionale del Partito Democratico e poi folgorato sulla via di Damasco da Silvio, per il quale è stato eletto senatore.
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Il nuovo Papa: ma siamo sicuri che alla gente interessi essere informata?
La retorica estasiata che accompagna i commenti all'elezione del nuovo Papa, anche da parte di chi si professa laico, è veramente ai limiti del ridicolo. Gli editorialisti della stampa italiana, si sa, è assai difficile che possano sollevare qualche dubbio, anche sulla comica pretesa che sia davvero lo Spirito Santo a illuminare i vescovi in Conclave, impegnati invece da millenni in lotte fratricide e intestine, che di spirituale hanno sempre avuto molto poco.
La gente, invece, vuole il Santo. Costi quel che costi.
E così il fatto che Jorge Mario Bergoglio abbia nel suo armadio lo scheletro del sostegno che come tutta la Chiesa Cattolica diede alla dittatura militare argentina trova assai poco spazio sui giornali. Tanto per fare un esempio, Repubblica, campione della stampa di sinistra (e come no), ci fa un micro box a pagina 12 dopo lenzuolate di idiozie sulla "nuova Chiesa di papa Francesco", "il gesuita amico dei poveri", "l'importanza di chiamarsi Francesco", la Comunità di Sant'Egidio che parla di "un uomo di governo e misericordia" Buenos Aires che festeggia e la Kirchner che si riconcilia. Poi si legge il pezzo e di riconciliazione non c'è traccia, si racconta solo di come i due si odiassero a causa della legge sui matrimoni gay approvata in Argentina.
La gente, invece, vuole il Santo. Costi quel che costi.
E così il fatto che Jorge Mario Bergoglio abbia nel suo armadio lo scheletro del sostegno che come tutta la Chiesa Cattolica diede alla dittatura militare argentina trova assai poco spazio sui giornali. Tanto per fare un esempio, Repubblica, campione della stampa di sinistra (e come no), ci fa un micro box a pagina 12 dopo lenzuolate di idiozie sulla "nuova Chiesa di papa Francesco", "il gesuita amico dei poveri", "l'importanza di chiamarsi Francesco", la Comunità di Sant'Egidio che parla di "un uomo di governo e misericordia" Buenos Aires che festeggia e la Kirchner che si riconcilia. Poi si legge il pezzo e di riconciliazione non c'è traccia, si racconta solo di come i due si odiassero a causa della legge sui matrimoni gay approvata in Argentina.
mercoledì 6 marzo 2013
Il ritorno di D'Alema e quella sua voglia di Bicamerale perenne
''Vogliamo liberarci dal complesso, dalla malattia psicologica dell'inciucio? Gramsci diceva che la paura dei compromessi è l'emanazione di una subalternità culturale che serpeggia nelle nostre file. Il fatto che in un Paese in cui da vent'anni le forze politiche non sono d'accordo su nulla il dibattito sia dominato dall'inciucio è segno di fragilità culturale''.
Ci avete capito qualcosa? No?
Tranquilli a delirare non siete voi, ma il comandante in capo Massimo D'Alema, tutt'altro che rottamato alla faccia di Matteo Renzi. Se Bersani avesse vinto ce lo ritrovavamo come minimo Ministro degli Esteri e siccome non ha vinto, il politico meno astuto del panorama italiano (si è fatto raggirare da Silvio come neanche le vittime di Vanna Marchi e con lui presidente del Consiglio il Pds ha perso perfino a Bologna) viene colto dalla perenne voglia di Bicamerale e di accordi con la destra. Perché si sa che a D'Alema la sinistra dà un fastidio terribile. Il popolo puzza, signora mia.
E così oggi, durante la direzione nazionale del partito, mentre il segretario esponeva la sua linea la cui discriminante era: "Con il Pdl mai!", ecco baffino che interviene per dire che in fondo, se Berlusconi si facesse da parte, e poi Gramsci e poi il compromesso.... blah, blah, blah.
"C'è da rammaricarsi che non sia possibile l'unità nazionale", si lamenta il fine pensatore, intristito dalla possibilità che stavolta per lui (e tre quarti della palazzina sua) sia finita per davvero.
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martedì 5 marzo 2013
Quando la politica "tira": la prima seduta del Senato sarà presieduta da un vero fossile
Per una strana legge del contrappasso, la prima seduta del Senato che vedrà come mai in precedenza l'ingresso di tante facce nuove, sarà presieduta da un vero fossile della Prima Repubblica, il solito democristiano doc, il giovane virgulto Emilio Colombo.
La notizia ce la dà oggi il Corriere della Sera, precisando che Colombo, 92 anni, a cui toccherà l'onore in quanto il più anziano a Palazzo Madama, avrebbe già confidato agli amici: "Se i senatori del Movimento 5 Stelle si presentano senza giacca e cravatta io non li faccio entrare in aula".
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lunedì 4 marzo 2013
Il centrosinistra non l'ha presa molto sportivamente e non ha capito che il problema è Bersani
Il centrosinistra non l'ha presa sportivamente. Dagli uffici del Nazareno ai sostenitori che si arrovellano su Internet, è tutto un fiorire di accuse nei confronti dei grillini, di chi ci ha creduto, di Santoro, di Travaglio, di Berlusconi e degli italiani idioti che ancora lo votano, degli illusi che hanno preferito il "giustizialista" Ingroia. Poi ci sono quelli che hanno votato sempre a destra (mica perché sono idioti, ma perché hanno fatto carriera grazie alla loro etichettatura politica o perché grazie a quello schieramento continuano allegramente a non pagare il dovuto sui loro ingenti patrimoni) che guardano dall'alto verso il basso, come se il Pdl non avesse perso sei milioni di voti dopo cinque anni passati al governo con una maggioranza che un tempo si sarebbe definita bulgara, sperando in qualche ripescaggio stile governo di unità nazionale.
L'impressione è che proprio non si sia capito nulla di ciò che è successo.
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