Fra le tante pensate strategiche per difendere il plurinquinsito presidente del Consiglio con una maggioranza attualmente impegnata a salvaguardare il proprio diritto alla pensione, c'è anche la reintroduzione dell'immunità parlamentare. Un voltafaccia capolavoro da parte dei leghisti e di due delle più arcigne facce dell'ex destra post-missina. Il boss ordina e i suoi maggiordomi eseguono, poco importa se questo significa rinnegare la grande battaglia contro Tangentopoli, che sancì il crollo di una classe politica e la fine di diversi partiti, sommersi dalla corruzione. Missini e leghisti erano in prima fila allora, nel condannare lo scempio provocato da Bettino Craxi e company, nonostante Silvio Berlusconi ripeta come un disco rotto che la riforma fu imposta dalle correnti politicizzate della magistratura. Ma non furono i giudici a chiedere la fine dell'immunità parlamentare, bensì due mozioni, una firmata da Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Castelli. L'altra da Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri e Ignazio La Russa, tutti indignati per il no della Camera alla richiesta di autorizzazione a procedere contro Craxi. I lumbard tuonavano contro "l'inaccettabile degenerazione nell'applicazione dell'immunità parlamentare trasformata in immotivato e ingiustificato privilegio" con "conseguenze inaccettabili e aberranti" che vanno "eliminate", mentre i colonnelli del Movimento Sociale sostenevano che "l'uso dell'immunità e soprattutto l'abuso del diniego dell'autorizzazione a procedere vengono visti come uno strumento per sottrarsi al corso necessario della giustizia". Era l'ottobre del 1993. Montecitorio approvò con 525 sì, 5 no e 1 astenuto, il Senato fece altrettanto con 224 sì, nessun no e 7 astenuti. Un plebiscito.
Sono passati 17 anni da quel momento storico in cui sembrava che finalmente avremmo quantomeno assomigliato ad un paese normale, con una sinistra social-democratica e una destra a difesa dei valori della legalità. Oggi, dopo quasi due decenni di berlusconismo imperante, a parte Gianfranco Fini che ci ha messo tuttavia una vita per capire in quale compagnia di giro fosse capitato, gli altri cinque firmatari di quelle mozioni sono tutti incatenati ai ranghi del Cavaliere e lo puntellano disperatamente anche quando sembra che stia per cadere da un momento all'altro. Hanno le stesse facce e propagandano la stessa paccottaglia ideologica di un tempo, forse anche perché certe "conversioni" non gliele contesta mai nessuno.
"Non dite a mia madre che faccio il giornalista, lei mi crede pianista in un bordello".
lunedì 21 febbraio 2011
Immunità parlamentare, quando la abolirono ex fascisti e camicie verdi.
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venerdì 18 febbraio 2011
Patti lateranensi, perché si celebra una vergogna simile?
Oggi il nostro capo del governo organizzatore di postriboli casalinghi era a festeggiare insieme al segretario di Stato vaticano, monsignor Tarcisio Bertone, e al presidente della Cei, Angelo Bagnasco, il 27mo anniversario del nuovo concordato fra Italia e Vaticano, siglato il 18 febbraio del 1984 dall'ex latitante di Hammamet, Bettino Craxi (allora presidente del Consiglio e uomo potente) e dal cardinale Agostino Casaroli, uno dei 121 preti massoni i cui nomi comparivano in una lista pubblicata dal giornalista Mino Pecorelli (assassinato in circostanze misteriose, Andreotti è stato accusato di essere il mandante) e fra i quali compariva anche l'arcivescovo Paul Marcinkus, noto frequentatore di prostitute e bancarottiere inseguito dalla giustizia italiana.
Che cosa ci sia da festeggiare resta davvero un mistero, se si considera che in cambio di blande concessioni (la religione cattolica non doveva essere più considerata religione di stato e l'ora di religione diventava facoltativa, due punti che come abbiamo visto sono rimasti solo nell'alveo delle buone intenzioni), lo Stato concesse che il clero cattolico venisse finanziato dall'otto per mille dell'Irpef e che la nomina dei vescovi non richiedesse più l'approvazione del governo italiano. Tutto sommato una versione peggiorativa di quei Patti Lateranensi firmati nel 1929 dall'ex mangiapreti Benito Mussolini e dal cardinale Pietro Gasparri, la pietra tombale sulla laicità del nostro paese, costretto, come nessun altro Stato democratico (se si eccettua in parte la Spagna) a finanziare una confessione religiosa con fiumi di denaro sottratti alla fiscalità generale e al bene comune, garantendo quindi privilegi particolari a una religione, in contrasto con le più elementari norme di democrazia ed eguaglianza tra i cittadini, sancite dalla Costituzione. Per non parlare dello status particolare per Roma, grazie al quale le autorità vaticane potrebbero appellarsi alla Corte Costituzionale in caso di decisioni amministrative non gradite.
Chissà come sarà andata oggi, con gli alti prelati (assai più integralisti del vecchio Casaroli) insieme alle alte cariche dello Stato, un ex comunista, il re del bunga-bunga, un ex fascista convertito ai beni immobiliari e un avvocaticchio salito sul più alto scranno del Senato. Sicuramente Bertone avrà bussato a quattrini, anche perché, come scrive oggi Il Sole 24 Ore, tira una brutta aria per le finanza vaticane. La crisi ha dimezzato le offerte libere dei fedeli, che rappresentano una voce fondamentale per il bilancio della Santa Sede, che già lo scorso anno aveva quadruplicato le perdite, da uno a quattro milioni di euro.
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Silvio l'amerikano: i file diplomatici Usa lo dipingono come un "utile incapace".
Uno scendiletto così gli americani non ce lo avevano mai avuto in Europa e probabilmente non lo avranno mai più. Intendiamoci, la Dc degli anni del terrore era telecomandata dalla Cia e consentiva ai servizi segreti americani di mettere in atto strategie spregevoli, quando non veri e propri atti criminali. Ma ogni tanto usciva fuori magari un Giulio Andreotti e qualche obiezione la alzava. L'Italia di Silvio Berlusconi è invece diventata il cagnolino fedele di Washington, nonostante alla Casa Bianca si guardi con preoccupazione alle strane amicizie del nostro premier con gente inqualificabile, tipo Vladimir Putin e Muammar Gheddafi.
Silvio Berlusconi? "Le sue frequenti gaffe e la povera scelta di parole hanno offeso praticamente tutte le categorie di cittadini italiani e molti leader europei... Ha danneggiato l'immagine del Paese in Europa e creato un tono comico alla reputazione italiana in molti settori del governo statunitense", ha scritto l'ex ambasciatore americano a Roma, Ronald Spogli, cercando di spiegare il nostro teatrino dei burattini a Barack Obama e Hillary Clinton. Come emerge dai nuovi file diplomatici di Wikileaks, pubblicati in esclusiva da La Repubblica e L'Espresso, gli americani lo giudicano un clown, ma sfruttano la sua disponibilità. "La combinazione tra declino economico e idiosincrasia politica ha spinto molti leader europei a denigrare il contributo di Berlusconi e dell'Italia. Noi non dobbiamo farlo. Noi dobbiamo riconoscere che un impegno di lungo termine con l'Italia e i suoi leader ci darà dividendi strategici ora e nel futuro". Non solo, l'Italia "è diventata la base del più importante dispositivo militare schierato fuori dagli States. E con Africom sarà partner ancora più significativo nella nostra proiezione di forza" e il governo "ha dimostrato la volontà anzi la bramosia di collaborare con noi".
Berlusconi, scrivono gli americani, "vuole essere nostro amico: è genuinamente e profondamente devoto alle relazioni con noi. Non è in sintonia con i nostri ritmi e scarsamente credibile, ma il suo ritorno al governo ci ha dato modo di concretizzare risultati operativi importanti".
E infatti ottengono di tutto: più soldati in Afghanistan, nuove basi militari in Veneto e Sicilia, sostegno totale nel braccio di ferro con l'Iran, appoggio alle iniziative statunitensi "anche all'interno delle istituzioni Ue" e perfino lo stop alla legge anti Ogm annunciata nel 2003 dall'allora ministro dell'Agricoltura, Gianni Alemanno, giudicato pericoloso: "Non sa niente di agricoltura e di scienza, ma non dobbiamo sottostimare lui e la sua determinazione a fare carriera: è uno che conosce la politica dalla base fino ai vertici". Sugli organismi geneticamente modificati, Washington ottiene l'appoggio di Silvio e perfino del Vaticano, che infatti si pronuncerà a favore.
La perla finale è il giudizio sul Berlusconi capo del governo: "vulnerabile anche sulle questioni economiche, vista la sua incapacità di misurarsi con i problemi reali". E sottolineano "il calo del Pil, l'aumento della disoccupazione, il peso delle tasse, la crescita del debito pubblico".
Nel 150mo anniversario dell'Unità d'Italia, sono soddisfazioni importanti.
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giovedì 17 febbraio 2011
La satira al potere: ora è ufficiale, Paolo Guzzanti fa molto più ridere dei figli.
Paolo Guzzanti non trova pace. Dopo aver fatto parte del Partito Socialista, del Patto Segni, di Forza Italia, del Popolo della Libertà e aver tessuto per anni le lodi di Silvio Berlusconi, prestandosi alla incredibile patacca del Dossier Mitrokhin, assurda montatura messa in piedi solo per cercare di screditare Romano Prodi, è stato di recente folgorato sulla via di Damasco perché il suo caro leader faceva finta di essere liberale e intanto flirtava con l'ex agente del KGB, Vladimir Putin, e con le donnine allegre delle feste di Arcore e di Palazzo Grazioli. Se ne è andato sbattendo la porta, dopo aver scritto un libro, "Mignottocrazia", in cui denunciava l'odiosa pratica dello scambio sessuale, accusando apertamente anche Mara Carfagna. Sono passati pochi mesi ed eccolo allegramente rientrare nei ranghi, aderendo al gruppo di Iniziativa Responsabile, l'ultima accozzaglia di peones al servizio di Silvio. E le motivazioni sono veramente da urlo. Sul suo blog, il giornalista in pensione ha il coraggio di scrivere che non è tornato "berlusconiano" e di averlo fatto solo per "guadagnare l’unica merce di cui oggi la politica ha bisogno. Il tempo", visto che non esiste ancora un'alternativa al sultano. Qualche riga sopra però gli scappa la verità: "Io in quest’ultimo anno non ho più scritto sui giornali. A me, giornalista da mezzo secolo, è stato impedito di scrivere". Il Giornale gli ha infatti tolto una succulenta collaborazione dopo le sue sparate contro il padrone di casa, "quasi settemila euro netti al mese, più o meno quello che era il mio stipendio da dipendente", come ha raccontato lui stesso.
Ho sempre pensato che dietro la smania di protagonismo di quest'uomo ci fosse una seria forma di invidia nei confronti del successo ottenuto dai suoi figli. Ma da oggi possiamo dire ufficialmente che Paolo fa molto più ridere di Corrado e Sabina.
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Il caso Ruby fa emergere uno dei veri scandali italiani: le forze dell'ordine ostaggio dei vertici nominati dalla politica.
Fanno impressione le dichiarazioni del poliziotto riportate oggi dal Fatto Quotidiano e riguardanti la "folle" notte in Questura a Milano, fra prostitute minorenni ladre, telefonate del presidente del Consiglio e imbarazzo dei vertici della pubblica sicurezza. Vessati dai superiori che ovviamente non vogliono alcun contatto con la stampa, gli agenti delle forze dell'ordine sono costretti all'anonimato e per poter parlare con un cronista organizzano incontri riservati genere film di controspionaggio (niente telefono, appuntamento lontano dalla Questura e da qualsiasi commissariato). Il poliziotto racconta che Ruby Rubacuori intorno alle 18 da una volante e che tutto era andato secondo le procedura fino alla strana telefonata di Michelle Conceicao Dos Santos, la prostituta brasiliana che aveva il numero di telefono del presidente del Consiglio e lo ha avvisato, che chiamò in Questura per avere notizia di Ruby. Poi a mezzanotte la scena cambia. Il commissario Giorgia Iafrate "sbianca in volto" perché al telefono il capo di Gabinetto della Questura, Pietro Ostuni, le riferisce della chiamata del premier. L'agente difende l'onore della polizia: "Un funzionario di polizia come la dottoressa Iafrate riceve dodici, dico dodici, telefonate dal capo di Gabinetto Ostuni che a sua volta era stato chiamato da Berlusconi. Non è facile resistere, anche se in qualche modo Iafrate ci ha provato. E' stata una notte folle... davanti a noi avevamo quella ragazza, con quello sguardo insieme da donna consumata e da bambina, poi la sua amica brasiliana dal mestiere incerto, quindi le chiamate del premier che tira fuori Mubarak e alla fine ci mancava solo quella consigliera regionale vestita da pin-up", si sfoga ancora il poliziotto facendo riferimento a Nicole Minetti, piombata in Questura a riprendersi la minorenne Ruby per poi riconsegnarla nelle mani della prostituta brasiliana. Il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, sfodera una faccia di tolla da competizione e dice che tutto è andato secondo le regole.
L'agente sbotta: "Ma che cazzo credono che siamo, un circo Barnum, un teatrino di avanspettacolo?". Direi molto peggio. La polizia italiana, i suoi vertici ovviamente, è totalmente ostaggio della politica. Come ci ha dimostrato un solerte funzionario della Digos nel recente episodio che ha visto coinvolto il ministro Ignazio La Russa e il giornalista di Annozero, Corrado Formigli. Il primo pesta i piedi al secondo e poi lo accusa di averlo scalciato. Arriva la Digos e caccia via Formigli. Il funzionario, davanti alla telecamera, pronuncia le seguenti parole: "Il ministro si è lamentato e quindi la storia è finita, lei se ne deve andare".
Roba da finire a dirigere il traffico a Lampedusa.
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mercoledì 16 febbraio 2011
I dittatori che piacciono tanto al nostro re del Bunga-bunga: Gheddafi incassa i soldi e non controlla le coste come promesso. Ma ora i guai sono in arrivo anche per lui.
E' chiaro che una persona che continua a restare sulla sua poltrona nonostante le accuse gravissime che avrebbero travolto chiunque altro al suo posto nel mondo nutra della simpatia per i dittatori. Chi non ricorda le dichiarazioni di amicizia di Silvio Berlusconi nei confronti di Nursultan Nazarbayev, tiranno da vent'anni al potere in Kazakistan? Per non parlare dei numerosi attestati di stima da sempre rivolti a Zine El-Abidine Ben Ali, l'ex presidente tunisino amico di Bettino Craxi salito alla guida del paese grazie a un piccolo golpe organizzato dai servizi segreti italiani (lo ha confessato nel 1999 davanti a una Commissione parlamentare l'ex capo del Sismi Fulvio Martini) o dell'ex presidente egiziano Hosni Mubarak, l'uomo della Cia in Medio Oriente. Fino a poche giorni prima della loro fuga di fronte alle sommosse popolari, il nostro ministro degli Esteri, Franco Frattini, si augurava che i due despoti rimanessero al loro posto, coprendo ancora una volta il nostro paese di ridicolo.
Ma il culmine è sempre stato raggiunto con Muhammar Gheddafi, da oltre 40 anni alla guida della Libia senza avere alcuna carica ufficiale, se non quella di Guida della Rivoluzione. Il ridicolo ometto, che con Berlusconi condivide la passione per le giovani donne e per il bunga-bunga, è stato invitato più volte in Italia, dove si è presentato circondato da una corte imbarazzante e con tanto di mega-tenda extra lusso al seguito, ha fatto il bello e il cattivo tempo e si è concesso anche una ridicola lezione di islamismo davanti a quasi 500 ragazze italiane, hostess regolarmente stipendiate. Una roba da basso impero.
Gheddafi è un noto ricattatore e non ha esitato a farlo anche con il suo amico Berlusconi al quale ha chiesto un sacco di soldi per impedire che dalle coste della Libia i barconi pieni di disperati in fuga da molti paesi dell'Africa partissero verso l'Italia, ottenendo accordi bilaterali con il nostro paese per 4 miliardi di euro. Come riportato da Repubblica, in piena crisi tunisina, Tripoli non ha affatto rispettato gli accordi e ha approfittato della situazione per riaprire anche le sue di frontiere. Come ha riferito in Parlamento il direttore dell'Aisi (il servizio di controspionaggio), Giorgio Piccirillo, il confine libico-tunisino è stato infatti attraversato da "flussi migratori provenienti dalla Libia, costituiti in parte da evasi dalle carceri locali". Gheddafi, insomma, ha approfittato della situazione per fare un po' di repulisti a casa sua, alla faccia degli accordi.
Ora però anche lui sembra destinato a fare i conti con i venti di rivolta che stanno travolgendo tutto il nordafrica e parte del Medio Oriente. La gente scende in piazza anche a Tripoli e Bengasi e anche se il regime organizza pietose manifestazione pro-Gheddafi, gli esempi di Tunisia e Egitto pesano come macigni.
Alla fine, nell'area del Mediterraneo, resterà un solo autocrate, il nano di Arcore e toccherà a noi fuggire oltremare.
martedì 15 febbraio 2011
Marchionne e il gioco delle tre carte. Dove stanno i soldi promessi?
Per una volta ha indossato giacca e cravatta al posto del maglioncino blu, ma anche oggi in Parlamento, dove è stato ascoltato dalla Commissione Attività Produttive della Camera, l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, non ha rinunciato alla strategia che lo ha reso famoso, quella del gioco delle tre carte.
Ha garantito che la Fiat non lascerà l'Italia (ma ha posto una serie di condizioni difficlmente realizzabili), ha insistito sul progetto "Fabbrica Italia" per il quale sarebbe disposto a investire 20 miliardi di euro fra il 2010 (che è bello che finito e ha visto poco più di 3 miliardi di euro di investimenti riguardanti anche gli impianti esteri) e il 2014, ha promesso aumenti salariali che portino le retribuzioni degli operai ai livelli di quelli tedeschi e francesi in cambio di un incremento della produttività degli impianti, facendo finta di non sapere che le case automobilistiche di quei paesi hanno registrato risultati assai migliori della debacle Fiat degli ultimi mesi (utilizzare al massimo gli impianti per non vendere manco un'automobile? Una genialata). L'obiettivo di produrre in Italia 1,4 milioni di macchine entro il 2014 è un clamoroso bluff, perché significherebbe più che raddoppiare quelle che sono state prodotte nel 2010 in un mercato che ormai non sa davvero più che farsene delle scatole di latta che hanno ricoperto le nostre città. Mentre la Renault investe nell'auto elettrica (quella sì che ci cambierebbe la vita), la Fiat spera di imporre un orribile Suv sul modello Chrysler, una Lancia cabrio nel 2012 identica alla Chrysler 200 convertibile che verrà venduta negli Usa entro il 2011, una movolume (Fiat Freemont) che verrà presentata al salone di Ginevra a marzo, ma che verrà prodotta in Messico, nella stessa fabbrica che sforna la Dodge Journey della Chrysler (la somiglianza fra i due modelli è anche qui clamorosa) e la nuova Lancia Thema, praticamente ricalcata dalla Chrysler 300, frutto della precedente unione fra la casa di Detroit e la Daimler-Mercedes.
E l'Italia? Tranquilli, Marchionne ha in mano la carta vincente: entro l'anno sarà lanciata la nuova Panda che verrà realizzata a Pomigliano. Qualità e innovazione, prima di tutto.
Fra l'incontro con il governo di sabato scorso e l'audizione di oggi, nessuno ha chiesto di più al nuovo padrone del vapore. Rancio ottimo e abbondante, hanno commentato ministri e parlamentari della maggioranza, con qualche perla da parte del solito democristiano di centrosinistra. ''Ho ascoltato da Marchionne un discorso impegnativo che chiarisce le strategie Fiat e conferma le opportunità del progetto Fabbrica Italia'', ha detto Paolo Gentiloni, componente della Commissione Trasporti della Camera ed esponente del Partito Democratico nella nuova corrente di Walterloo Veltroni, i MoDem.
E' stata la battuta della giornata.
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